Il Fotografo e l' Architetto
Giovanni Spalla raccontato da Gianni Ansaldi
Era aprile del 2009 e Genova si era rifatta il trucco, pagato prima dalle colombiane, poi dai campionati del mondo di calcio e infine dall’essere stata città europea della cultura. Mentre scendevo via San Lorenzo non potevo non ricordare l’odore di fuligine e il clangore degli autobus di quando la percorrevo da ragazzo. Ora era così pulita, così europea da farmi sentire il desiderio di svoltare il prima possibile per canneto il curto, rimasto ancora territorio libero dall’euforia di nettezza di cui Genova si era ormai drogata.
Stavo recandomi a fotografare un architetto per il nuovo libro che sarebbe stato pubblicato da lì a poco. Giuliano Galletta, il coautore del libro, mi aveva edotto sul personaggio che stavo andando a ritrarre e che per me era soprattutto “quello che aveva fatto rinascere il Palazzo Ducale”, dopo che per decenni era stato un triste palazzone ripieno di faldoni polverosi e di burocrati stanchi.
Come tutte le mie sedute fotografiche non durò molto, poco più di quanto ci mise Henri Cartier Bresson a ritrarre i coniugi Curie, ritratti nel momento in cui lo facevano accomodare in casa.
Scattai la mia prima foto a Giovanni mentre si abbeverava il volto con la bella luce che entrava da una delle sue finestre affacciata sulla chiesa di piazza banchi.
L’amicizia tra il fotografo e l’architetto (che detto così sembra il titolo di una fiaba di La Fontaine) scattò quando gli portai la foto stampata nel suo studio in San Lorenzo. Non credo che abbia pensato che gli avessi rubato l’anima (a tutto può somigliare Giovanni tranne che a un guerriero Sioux) ma, complice il fatto che sembravo essere recettivo al suo affabulare che passava tra mille argomenti (dallo zio anarchico e dal coltello facile al suo vagabondare nelle foreste brasiliane dove costruiva totemici edifici), sembrò esserci tra noi una reciproca curiosità.
L’amicizia si rafforzò poco tempo dopo, quando mi volle con sé per raccontare con le mie foto il restauro e la riconsegna alla città delle statue monumentali dei Doria. Ho passato insieme a lui mesi interi nei sotterranei di Sant’Agostino, a fotografarlo mentre saltellava dall’uno all’altro di quei tronchi senza testa raccontandomi ogni particolare dei fregi di quelle figure, ammaliandomi con la sua cultura profonda e ricca di sfumature. Purtroppo il più delle volte assentivo senza capire o senza trattenere memoria d quello che mi diceva, impegnato com’ero a scattare. Ma ero contento di vederlo felice di avere qualcuno a cui raccontare di quei “marmi giustiziati” (questo il titolo del libro che nacque da quell’esperienza).
A Giovanni piace farsi fotografare, non può negarlo, l’unico pericolo con lui è il rischio del “mosso”. Non sta mai fermo, sempre pervaso da fervore creativo o donchisciottesco. Come gli scatti che feci mentre alzava le braccia al cielo imprecando gli dei per gli scempi fatti dalle varie giunte all’affaccio a mare di palazzo del principe o mentre malediceva per la ferita provocata alla città dalla sopraelevata (a volte lo stuzzico dicendogli che a me non dispiace la vista sulla città che si ha da quella via).
Grazie a lui degli allegri russi mi hanno regalato una vodka comprata all’aeroporto di Mosca, mentre li fotografavo nel suo studio diventato per l’occasione un dormitorio per storici post-sovietici, in attesa della conferenza epocale che avrebbero tenuto il giorno dopo e alla quale il temerario architetto partecipò online da una stanza dell’ospedale nel quale era stato ricoverato d’urgenza. Poi le sue storie di viaggi nelle oasi del deserto iraqeno oppure il giro delle moschee iraniane accompagnato da servili ma vigili ayatollah. Giovanni riesce a creare discorsi fluidi e interminabili con ardite e sempre intelligenti analogie, il suo affabulare sembra un poesia di Sanguineti. Può contenere tutto e talvolta il Tutto.
Entusiasmo, è la parola che contraddistingue l’amico Giovanni Spalla.
A lui, anche se talvolta mi pareva esternasse opinioni apparentemente strampalate, non ho mai dato torto.
Non per piaggeria, ma come capita quando si dialoga con un amico la cui intelligenza è sempre così evidente e il cui sorriso è sempre così dolce.
Lettera al professore
a Giovanni Spalla da luigi d'alessandro
Caro prof. Spalla,
in una mattina della primavera anni ’80, ad alcuni di noi studenti di architettura proponi, con tutte le cautele per la sicurezza di cantiere, una visita al tuo cantiere per il grande restauro di Palazzo Ducale.
Appena varcata la soglia del cantiere inizi ad illustrare la storia e gli interventi in attuazione.
La sorpresa è grande nello scoprire questo bene storico patrimoniale e monumentale quasi condannato all’oblio, vedere con i nostri occhi il susseguirsi di ampi e articolati spazi da dove la Superba Genova veniva governata.
Nel permeare Palazzo Ducale, evidenzi la stratificazione storica, dal medioevo in poi, con ricchezza di dati storici e aneddoti. Persino che Giuseppe Verdi in una sua opera narra del doge Simon Boccanegra nei locali medioevali del Ducale.
Noi poco o nulla conosciamo, e giunti presso il Palazzo ci guardiamo intorno e apprendiamo che l’atrio inteso come piazza coperta, compresi il cortile minore e maggiore, lo scalone a forbice e l’appartamento del doge sono opera del manierista Andrea Ceresola, detto il Vannone.
Inoltre che l’architetto Simone Cantoni, ricostruisce, a causa di un incendio, in stile neoclassico settecentesco, la facciata su piazza Matteotti. Lo stesso Cantoni ricostruisce l’interno dei Saloni, sia del Minor Consiglio che del Maggior Consiglio, nonché gli archi voltati dei sottotettetti del corpo centrale del Ducale, detti appunto cantoniani.
La curiosità cresce, ancor più quando ci illustri il progetto per un nuovo sistema di collegamenti interpiano.
“Eccoci (dici), qui troverà posto la continuazione dei carruggi fino alla torre Grimaldina per simboleggiare la riappropriazione del palazzo sede del potere oligarchico da parte dei cittadini genovesi”.
Una strada appesa? Mai vista una cosa simile in un interno!
Si sale, sempre più affascinati, camminiamo fino a raggiungere la torre Grimaldina.
Ormai siamo totalmente contagiati dal tuo entusiasmo narrativo, non abbiamo quasi più segreti sul Ducale, comprendiamo le scelte di restauro conservativo e quelle di consolidamento attuate perché colpito dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Realizziamo che il Palazzo potrà essere restituito alla città e si presterà per divenire il più importante contenitore culturale aperto alla cittadinanza ligure e non solo.
La visita si chiude. Noi eruditi, incantati, persino inebriati.
Sperando un giorno di tornare in questo luogo e di viverlo come tu lo hai immaginato, un cordiale saluto.
Genova, 19 marzo 1982
Ebbene si, io c’ero, ero tra quegli studenti ed oggi voglio ringraziare Giovanni per quell’esperienza vissuta che con tutta probabilità ha fatto si che io perfezionassi gli studi universitari di architettura.